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Santa Rosalia il culto tra storia e legenda

La leggenda del ritrovamento miracoloso delle spoglie di Rosalia è una tipica storia edificante ... al passaggio delle reliquie una pestilenza cessa miracolosamente, al che i palermitani per riconoscenza scelgono a Santuzza come seconda protettrice della città (dopo santa Cristina), dedicandole u fistinu (il festino) che si celebra dall'11 al 15 luglio con un carro trionfale, introdotto nel 1686, e un corteo storico in costumi seicenteschi. I festeggiamenti sono aperti alla mattina presto da un'alborata. Il pittore Jean Houel nel 1776 nel descriverlo così lo definisce: «È un'arca di trionfo mobile che porta una grandissima quantità di musici e la cui base è come una conca, portata su quattro ruote. Nel mezzo il simulacro della giovane con splendido abito, sospesa su di una nuvola e circondata di raggi di gloria». ...

LA SUA STORIA NELLA LEGGENDA

E' chiaro ed incontrovertibile che Rosalia è nata a Palermo. Non si ha certezza sulla sua data di nascita, ma approssimativamente se ne può dedurre l'anno, ove si consideri che appare certa la data di morte, che sarebbe avvenuta intorno al 1160 e che la sua vita, secondo le perizie eseguite dopo il ritrovamento delle sue ossa, ha avuto una durata di 30-40 anni. Può, pertanto, assimilarsi una data di nascita intorno all'anno 1125.
Siamo, quindi, nel XII secolo, in pieno dominio normanno. Rosalia, figlia del Duca Sinibaldo, signore di Quisquina e delle Rose, località queste ubicate tra Bivona e Frizzi, discendente di Carlo Magno dalla parte materna, fu damigella di corte alla regia del rè normanno Ruggero II.
Giovinetta molto pia, un giorno, recitando le sue quotidiane preghiere al cospetto di un suo crocifìsso in metallo, ebbe riflessa nello stesso l'immagine del volto di Gesù.



Il suo animo, già fortemente vocato verso l'amore di Dio, riceve da tale apparizione, un vibrante fremito da coinvolgere il suo essere al punto di farle decidere di abbandonare i legami con l'agiato mondo in cui vive, per dedicarsi totalmente ad una nuova vita improntata alla meditazione e contemplazione di Dio, attraverso l'isolamento in un sicuro luogo di eremitaggio, avendo sin da quel momento capito che il richiamo ricevuto costituisce motivo della sua vocazione.
In forza della sua determinata decisione chiede ed ottiene il permesso di ritirarsi in eremitaggio nell'impervio territorio dei monti della Quisquina. Ivi trova un anfratto molto angusto che tuttavia le consente di ripararsi dalle intemperie e difendersi da eventuali attacchi di animali.
In tali condizioni e nutrendosi di quello che i luoghi offrivano, Rosalia trascorre dodici lunghi anni, in completa vita contemplativa.
La sua fama di santità si era intanto diffusa nel territorio circostante tanto da indurre parecchia gente bisognosa di risollevarsi nello spirito di andarla a trovare per chiedere conforto.
Accoglieva tutti la celestiale Rosalia anche se si sentiva distolta dalla sua vita contemplativa. L'eccessiva presenza della gente la indusse a decidere di trasferirsi altrove.
Ritorna, quindi, a Palermo dove localizza la sua nuova dimora sul Monte Pellegrino, l'antico Ercta.


Perché Monte Pellegrino? Legittima domanda alla quale ci sentiamo di dare, a giustificazione delle intuibili motivazioni addotte dalla Santa, le seguenti considerazioni:
1) perché Monte Pellegrino di quell'epoca era assimilabile al monte della Quisquina per il suo impervio inaccessibile;
2) perché Rosalia, in quanto palermitana, dall'alto del Monte dominava la sua città ed in ciò sentiva in un certo modo la vicinanza con la sua famiglia ed i suoi concittadini.

La sua vita è stata improntata alla completa solitudine nella quale gioiva di sentirsi completamente a contatto con Dio, da cui traeva tutto il suo nutrimento spirituale. Dal punto di vista fisico si martirizzava in quanto si nutriva di quel poco che la natura offriva, al pari... "'degli uccelli del ciclo i quali non seminano, non mietono ne raccolgono in granai; eppure il Padre Celeste li nutre; e voi non volete più di loro?' (Matteo 6.26).

Tuttavia il suo eremitaggio sul Pellegrino, così come fu alla Quisquina, non passò inosservato. E ciò perché, nonostante la natura impervia del territorio, qualche cacciatore, di tanto in tanto, inseguendo la selvaggina si spingeva sino alla sommità del Monte, avendo così occasione di scoprire l'esistenza di una fanciulla che dimorava in un angusta grotta.
Sparsasi la voce di tale esistenza, Rosalia fu qualche volta vista che scendeva in città per adempiere ai suoi doveri religiosi e procurarsi del cibo più idoneo alla sua sopravvivenza.
Con il passare del tempo, diffusasi la notizia, la gente si avventurò sull'aspra montagna pur d'incontrare la pia, bella e giovane donna che, manifestando così alte qualità spirituali non poteva non essere in odore di santità.
A questi incontri Rosalia non si sottraeva; ascoltava le loro ambasce e forniva ad ognuno delle risposte che, per essere dettate dalla sua alta spiritualità, davano sommo conforto.
Visse sul Pellegrino, per quel che se ne sa, non più di quindici anni in fervente preghiera diretta al Suo Sposo Divino, anelando il giorno in cui si sarebbe prosciolta dai lacci del corpo. Rosalia ne attese la venuta e quando questo si presentò se ne andò con l'anima a Dio.
Ci piace a questo punto ricordare un altro passo del Vangelo di Luca (18,29— 30) in cui Pietro rivolgendosi a Gesù dice:
" Vedi, noi abbiamo lasciato le nostre cose e ti abbiamo seguito'. Gesù risponde: "in verità vi dico: Non c'è nessuno che abbia lasciato casa, moglie, fratelli, genitori e figli per il Regno di Dio, che non riceva molto di più in questo tempo e nel secolo avvenire la vita eterna .

La data della morte di Santa Rosalia viene ricordata liturgicamente il 4 di Settembre.

IL RITROVAMENTO DEI RESTI DI SANTA ROSALIA

Passati circa cinque secoli dalla sua morte, in un sempre più crescente interesse manifestato dalla popolazione palermitana nei confronti di questa santa fanciulla per le innumerevoli grazie ricevute, i frati dell'attiguo convento alla grotta, sollecitati dalle pressanti richieste di numerosi fedeli e nella piena convinzione che nella zona intorno al convento si dovevano trovare i suoi resti, iniziarono le ricerche che, per quanto laboriose, non approdarono ai risultati sperati.

La svolta si ebbe quando tale Girolama Gattuso (Gatto o La Gattuta), inferma al pubblico ospedale per una grave malattia, venne a trovarsi in preda ad una fortissima febbre, tanto che le fu somministrata l'estrema unzione: durante la notte vide " una fanciulla di biancovestita", dedita a rifornire le lampade della corsia, che le si avvicinò in amorevole atteggiamento di soccorso, accarezzandole il viso. Girolama ne ebbe un immediato giovamento, quando subito dopo la fanciulla le disse:

"Bandisci da tè ogni timore, fa voto di andarne divota al Pellegrino, e guarirai tosto".

L'inferma, di lì a due giorni, venne dimessa guarita ma, non mantenne la promessa cosicché, nel breve volgere di qualche settimana, fu colta nuovamente da febbre.

Il 26 maggio 1624, giorno di Pentecoste, Girolama, venuta a conoscenza che la sua amica Giacomina, moglie di Vito Amato, si sarebbe recata, assieme alla cognata Francesca Anfùso, sul Monte Pellegrino per sciogliere un suo voto, si ricordò di non avere mantenuto il suo e, quindi, aggregandosi a loro si recò alla grotta.

Ivi giunti si comunicarono al vicino Santuario e poi si raccolsero in preghiera nella grotta. Girolama, dopo avere bevuto un po' d'acqua che sgorgava dagli anfratti della montagna, si sentì assalire da un senso di torpore a seguito del quale ebbe in visione una donna con un bambino al seno che le disse:

"Sei venuta a sciogliere il tuo voto, o figlia, abbiti la sanità. Non si era ancora ridestata quando vide una religiosa vestita di bianco che le indicò il posto esatto dove bisognava scavare per trovare il sepolcro della Santa.

Ridestatasi completamente, si accorse di essere sfebbrata e felice per quello che aveva saputo si precipitò nel vicino convento per riferire ai frati francescani quanto le era accaduto, indicando loro il posto esatto dove scavare.

Il Superiore del convento, convinto della rivelazione ricevuta, assieme a Vito Amato ad altri frati inizia gli scavi che si protrassero per diverse settimane, ma senza esito. Nel corso di tale periodo si verificarono negli sterratori momenti di scoramento che di volta in volta furono superati grazie alla fervente fede di Girolama che li incitava a continuare.

Finalmente, il 25 luglio, dopo avere già smosso la terra per quindici palmi di profondità, si rinvenne un grosso masso lungo sei palmi e largo tré, come a volere costituire una cassa, che mise gli spalatori nelle condizioni di verificare di che trattavasi, per cui diedero un grosso colpo di mazza ad una sua estremità e, con loro somma sorpresa, spuntò fuori un teschio, quando contemporaneamente, tutt'intorno si sentì un soave profumo che fu avvertito da tutti i presenti.

Portato il masso in superficie, gli spalatori si accorsero che questo aveva la forma di una conca dove, aderenti alle pareti, si intravedevano diverse forme di ossa calcificate, presumibilmente appartenenti ad un essere umano.

La notizia del ritrovamento viene comunicata dai frati al Principe Filiberto, figlio del Duca di Savoia, fungente da Vice-Rè che, a sua volta, notizia l'Arcivescovo, lasciando a lui piena facoltà di giudizio.

L'Arcivescovo, in piena segretezza, nominò una commissione formata da esperti medici e teologi che ebbero l'incarico di recarsi sul posto per verifìcare il rinvenimento e di trasportare, notte tempo, i reperti in curia per essere sottoposti alle relative indagini ecclesiastiche e scientifiche.


I lavori della Commissione subirono un brusco arresto a seguito della morte del Vice-Rè in quanto per sua espressa volontà la sua funzione fu assunta dall'Arcivescovo, il quale si trovò ad essere impegnato a mansioni più onerose.

Nonostante fossero state adottate misure di massimo riserbo al rinvenimento delle reliquie, la notizia si sparse e già correvano voci di prodigiosi miracoli avvenuti alla grotta del Pellegrino.

LA PESTE A PALERMO

Nel giugno del 1624 la città di Palermo venne colpita da un terribile male:la peste.


Secondo la legenda pare che questa sia stata introdotta a mezzo di alcune casse, contenenti suppellettili di provenienza orientale, sbarcate nel porto di Palermo clandestinamente.
La popolazione fu decimata, in quanto all'epoca si era impreparati a combattere tale morbo che trovava terreno fertile nella inadeguatezza delle condizioni igieniche.
In tale situazione di umana impotenza non rimaneva che invocare l'aiuto divino.


Arcivescovo dell'epoca era il Cardinale Giannettino Doria, il quale vista la gravissima situazione che stava decimando la popolazione, in ogni ordine e grado, attiva tutta una serie di iniziative (processioni, digiuni, ecc.) al fìne di invocare la clemenza divina.
Risulta che in tali occasioni veniva spesso richiesta l'intercessione della ver-ginella del Pellegrino.


Fu così che vennero in evidenza diversi miracoli attribuiti a Rosalia, per cui il Cardinale sentì il bisogno di rinominare un'altra Commissione di esperti per definire il riconoscimento dei reperti rinvenuti a suo tempo sul Monte Pellegrino. Tale Commissione, dopo un mese di lavori, pervenne ad un risultato non concorde, tanto da indurre il Cardinale Doria a nominare una terza Commissione per inquisire sui miracoli e sul Sepolcro.
Intanto la peste che in questi frangenti aveva perso il suo iniziale furore, infierì di nuovo.
I lavori della Commissione culminarono con una relazione che si riporta integralmente qui di seguito:
" Le ossa che si dicevano di Santa Rosalia, e che si erano trovate aderenti ad un masso concavo, formanti col medesimo un sol tutto, erano ossa di un cadavere umano, conservanti la loro natura ossea, e punto pietrificate.
Dalle loro dimensioni e dalla configurazione, si poteva arguire che appartennero ad un cadavere di sesso femminile: erano incorrotte e belle, differenti per la loro in corruzione e bellezza, da tutte le altre ossa trovate nella medesima grotta, e per il Monte: il loro colore tendeva al giallo.
Intanto, i miracoli attribuiti all'intercessione di Santa Rosalia continuavano e non si potevano negare.
Nonostante ciò, vi fu chi si oppose asserendo che erano certamente ossa benedette: ma chi assicurava che erano proprio della Santa e non di qualche altro Santo?
L'iter che la Chiesa adotta in tali circostanze, come è noto, è particolarmen-te severo perché richiede l'assunzione di certezze incontrovertibili.
Pertanto, le procedure per giungere alla verità, non possono non essere necessariamente lunghe.

LA SVOLTA

La svolta si ha quando tale Vincenzo Bonelli, di professione saponaio, persa la moglie quindicenne a causa della peste, incurante dell'obbligo impostogli di non allontanarsi dalla propria abitazione, pena la decapitazione, straziato dal dolore, in assetto da cacciatore, eludendo la sorveglianza, si avventurò sul Monte Pellegrino col fermo proposito di porre fine alla sua vita.
Fu così che giunto alla sommità, in prossimità della grotta, gli apparve una fanciulla in abito eremitico che, nel rincuorarlo, gli svelò come quella grotta fosse stata la sua dimora in vita e la sua sepoltura in morte.


A questo punto il Bonelli, superata l'emozione di tale apparizione, trova la forza di chiedere: " Chi sei tu?"-" Santa Rosalia"
L'uomo, commosso, si prostrò a Lei, venerandola.
La Santa torna a rincuorarlo e lo invita a tornare a casa per confessarsi e comunicarsi presto perché di lì a poco sarebbe stato colpito dalla peste ed, al quarto giorno, sarebbe morto e che Ella avrebbe pensato a lui. Infine, raccomanda di dire al suo confessore di recarsi dal Cardinale perché questi troncasse ogni indugio sul riconoscimento delle sue ossa ed in prova di ciò, il giorno in cui fossero state portate in processione per la città, la peste sarebbe scomparsa.
Il Bonelli adempie integralmente a quanto promesso a Santa Rosalia ed al quarto giorno cristianamente muore.
Il Cardinale, ricevuta dal Sac. D. Pietro Monaco, confessore del Bonelli, la rivelazione, toglie ogni indugio, fa ripulire le ossa e li fa allogare in un arca provvisoria, la quale viene portata in processione, per tré giorni, in tutte le vie di Palermo.
L'effetto miracoloso è sorprendente, perché via via che le reliquie attraversavano la città la peste scompariva.
La gioia dei palermitani fu immensa e la devozione alla Santuzza da quei giorni si perpetua ai giorni nostri con la stessa intensità di allora.

IL RICONOSCIMENTO

L'atto formale della santità di Rosalia viene sottoscritto da Papa Urbano Vili in data 26 gennaio 1630, con il breve Scriptam in cadesti diretto al Senato ed al popolo palermitano con cui annuncia che il nome della Santa è stato inserito nel Martirologio Romano.
Le reliquie furono, a cura del Senato palermitano, racchiuse in una elegante teca d'argento e custodite in una cappella della Cattedrale.


Il predetto Senato fece convenientemente adornare la grotta del Pellegrino dove per ben cinque secoli avevano riposato i resti di Santa Rosalia.
Da allora e fino ai giorni nostri è usanza che il Pretore (oggi Sindaco) in occasione del Festino offra la somma di 100 onse al Cardinale per abbellire sempre più la cappella della Santa.

LE RELIQUIE

II reliquiario di Santa Rosalia, concepito come un carro trionfale, fu progettato da Mariano Smiriglio nel 1631 e la realizzazione, che durò sei anni, fu affidata a quattro argentieri: Matteo Lo Castro, Giuseppe Oliveri, Francesco Rivelo e Giancola Viviano, per un costo favoloso di 20.000 scudi e rappresenta, ancora oggi, il capolavoro dell'oreficeria barocca palermitana.

Soltanto una volta, e non in forma ufficiale, fu effettuata nel luglio del 1833 una ricognizione alle reliquie di Santa Rosalia su disposizione di Ferdinando II onde soddisfare la richiesta della Regina Maria Cristina di Savoia di vedere e venerare le ossa della Santa.


L'apertura dell'urna d'argento fu eseguita alla presenza dello Arcivescovo Cardinale Gaetano Trigona del Pretore principe di Palagonia, del medico Michele Pandolfìni e di pochi altri, tra cui Agostino Gallo, che ne lasciò una relazione della quale si riporta, qui di seguito, la parte finale, che riteniamo essere l'essenziale:
"... Trattane il cotone, si vidde la cassa ingombrata di massi di viva selce lucidissima, su cui erano incrostati degli stalattiti. Alla seke e a questi era attaccato un piccolo teschio intero in tutte le sue parti, giacente sulla gota destra e da presso si vedevano le punta delle dita della mano corrispondente, che mostrava di essere in attitudine di riposo sotto la mascella. Vicino alle dita ve era una ciotola di terra, cotta, similmente incrostata nella selce.

Appresso era la mandibola di un teschio più grande, che si suppone fondatamente di essere stato quello su cui meditava la Santa l'umana fragilità.

Questa mandibola umana non apparteneva al piccolo teschio, che altronde era intero, ma ad un altro, i cui resti erano confusi co vari brani di ossa, parti inerenti negli stalattiti, e parte staccativi. Nella cassa fu. trovato un tubo d'argento, da cui se ne estrasse un cartolare di poche pergamene, coverto di velluto cremis, ricamato in oro con ciappetta d'argento per chiudersi. Nei fogli vi si lesse steso in italiano, che sentiva molto del nostro dialetto, il processo del rinvenimento delle ossa della Santa, con la firma infine del Card. Dona e di altri individui.

Si rinvenne pavimenti un libro piccolo ricoverto egualmente di velluto cremis e ricamato in oro con l'aquila in centro, divisa del Senato di Palermo.

Esso era di carta comune bombacina, con iscrittura di carattere manuale, come l'altro, e conteneva una estesa relazione dei fatti e miracoli della Santa edera infine firmata dal Card. Dona e dal Senato di Palermo... Il giorno appresso nelle prime ore pomeridiane, secondo era stato indicato dal Rè, il Pretore, lo Arcivescovo e pochi Canonici si fecero trovare nel Duomo ad aspettare l'augusta coppia, che da lì a poco venne col suo consueto corteggio. Furono d'opprima mostrate le magnifiche urne d'argento, che si eran fatte precedentemente pulire, e trascorse qualche tempo in questa ispezione, essendosi le L.L.M.M. occupate ad osservare le istorie e i delicati fregi delle

due Sante palermitane. Santa Rosalia e Santa Cristina scolpite a cisello che intorno le adornano.

S.M. la Regina mostrava intanto desiderio di vedere le sacre reliquie... Essendo chiesto l'ordine del sovrano di aprire la cassa di legno, disse: lasciatele stare, i Corpi dei Santi non si toccano.

Così contentandosi di vedere l'esterno e prestata venerazione alle Sante reliquie, fu ordinato di riporsi le casse di legno nelle rispettive urne d'argento, inchiodandosi queste nuovamente come si eran trovate. Il Pretore e l'Arcivescovo fecero nuovamente chiudere le casse, apponendovi i rispettivi suggelli e le loro firme e l'anno."

IL FESTINO
"U festinu"


Dal 1624, ogni anno dal 9 al 15 luglio Palermo festeggia la patrona, la santuzza, cosi chiamata affettuosamente dai devoti, con un festino che dura sette giorni, mentre il 4 settembre, dies natali, giorno di nascita della santa, ha luogo il pellegrinaggio alla grotta del monte Pellegrino, dove è stato edificato il santuario, e alla cappella della cattedrale di Palermo, in cui è custodita la statua della santa. La scultura in marmo, realizzata nel 1950 dallo scultore Gregorio Tedeschi, è ricoperta di monili d'oro e pietre preziose, offerte dai fedeli durante il corso dei secoli.


Le reliquie sono custodite dentro un'urna d'argento, eseguita nel 1631 dagli argentieri Francesco Ruvolo, Gian Nicola Viviano e Matteo Lo Castro.
Un tempo il festino era molto più ricco di manifestazioni rispetto a quello che si tiene ai nostri giorni. Comprendeva, oltre alla sfilata del carro tirato da quaranta muli riccamente bardati (sostituiti successivamente da buoi), fuochi pirotecnici che si tenevano alla marina della città e la processione finale dell'urna con le reliquie. Inoltre si svolgevano una lotteria, denominata la beneficiata, la corsa dei cavalli berberi per le vie della città e la tradizionale novena cantata dai cantastorie. Il Pitré (Feste patronali, cit.) riporta che la beneficiata era una grandiosa lotteria che si allestiva a piazza Marina. I premi consistevano in drappi e pitture su legno, su cui venivano incollate delle monete di argento da 5 e 10 lire, e in tavole su cui erano raffigurate la città di Palermo e santa Rosalia, arricchite anch'esse con molti pezzi d'argento. La vincita di questi premi suscitava una gioia incontenibile tra i devoti e il premio vinto veniva portato in trionfo da due uomini per le vie della città, al suono dei tamburi o con delle fiaccole accese.


Nei vicoli popolari gli orvi, i cantastorie, accompagnati dal violino, cantavano la storia della santa in versi siciliani o la novena per la santuzza, eseguita sempre alla stessa ora davanti alle stesse case e per nove giorni di seguito. Dal secondo al quarto giorno del festino aveva luogo la corsa dei cavalli berberi, i cursi che si tenevano al Cassaro, un'antica via della città che veniva transennata da paletti legati tra loro da funi, per evitare che la folla che assisteva alla corsa scendesse dal marciapiede.


Il Pitré narra che anticamente i cavalli venivano cavalcati da fantini scelti tra i trovatelli e che solo più tardi si decise di eliminare questa crudele usanza e di far correre gli animali senza cavalieri. Si decise anche di collocare sulla criniera e sulla coda dei cavalli delle palline e dei pungoli, che li eccitassero a correre più velocemente. Allo stalliere al quale era stato affidato il cavallo vincitore della corsa, veniva data in premio un'aquila in legno dorato, su cui erano state incollate delle grosse monete d'argento.


Ma l'attrattiva principale del festino era costituita dal carro trionfale, costruito con enormi travi molte settimane prima dell'inizio dei festeggiamenti. La forma del carro era quella di una nave, decorata con pitture che rappresentavano gli episodi più significativi della vita della santa. In cima al carro troneggiava la sacra immagine della patrona, ma a differenza degli altri carri religiosi non ne trasportava né le reliquie né tantomeno il simulacro.


Il Pitré (Feste patronali, cit.) descrive così il carro trionfale:
"Dal basso all'alto, da tutti i lati, erano rappresentati i più bei tratti della vita della Santa. Qua Rosalia che abbandona la Corte di Sinibaldo suo padre; là l'aspra vita di penitenza che ella mena sul Pellegrino; altrove l'apparizione del demonio tentatore; l'angelo che la rassicura e le addita la croce; e il cacciatore Vincenzo Bonello che s'imbatte nell'angelica figura della Vergine, dalla quale ha rivelato il luogo ove giacciono le ceneri di Lei; ed il rinvenimento di esse alla presenza dell'Arcivescovo e del Senato di Palermo, ed altri fatti particolari della devota leggenda [... proprio in cima del carro, spiccava nella sua sveltezza la figura della Santa, dalle candide vesti, dal capo coronato di rose (Rosalia), dal volto raggiante di bellezza, che torreggiava sopra i più alti fabbricati del Corso; ed aveva intorno, ai piedi, una miriade di angeli sorretti dalle nuvole.


Il carro, che in passato veniva costruito ex novo di anno in anno su progetto di architetti e autori diversi, veniva trainato da cinquanta buoi tenuti dai fedeli vestiti di bianco, colore che rappresenta la fede. La pesante mole del carro si muoveva lentamente e, per evitare che le scintille causate dal forte attrito delle ruote contro il pavimento della strada potessero causare un incendio, venivano disposti ai lati del carro degli uomini che provvedevano a bagnasse le ruote ogniqualvolta si muoveva.

Dopo il 1858 a Palermo sia per i lavori di livellamento che interessarono la strada del, Cassaro e durarono sei anni, sia per la politica del nuovo governo di allora volta a cancellare forme e usi che potessero in qualche modo ricordare l'antico regime, vi fu l'interruzione della tradizione del carro, ripresa soltanto nel 1896, dopodiché venne sospesa per un paio di decenni. I festeggiamenti erano stati interrotti in due altre occasioni: nel 1837 a causa dell'epidemia di colera e successivamente nel 1848 e 1849, gli anni della rivoluzione antiborbonica. La processione del carro riprese nel 1924 in occasione del terzo centenario del ritrovamento delle reliquie e dopo tale data la tradizione di far girare il carro per le vie della città venne sospesa per molti anni. Oggi il carro si mantiene invariato salvo alcune modifiche e aggiunte secondarie ed è dal 1974 che viene fatto nuovamente girare per la città. Attualmente esso è lungo circa nove metri e largo sei con una altezza, compresa la testa della santuzza, di circa dieci metri. Su di esso trovano posto circa sessanta persone, costituite dagli orchestranti e dal coro, e in cima al carro, viene collocata la statua della santuzza attorniata da nuvole, angeli e putti. Nelle processioni che si svolgevano nel secolo scorso, il carro veniva preceduto da carri minori, detti macchinette, che rappresentavano scene ed opere della vita della santa. Questi carri per la loro piccola mole potevano sfilare inoltrandosi nelle vie interne della città.

Con il trascorrere del tempo la profonda devozione della cittadinanza nei confronti della patrona è notevolmente aumentata, come attestano gli innumerevoli ex voto che tappezzano l'ex grotta sul monte Pellegrino o i numerosi pellegrini che nei giorni 3 e 4 settembre affollano il santuario.


Santa Rosalia è patrona anche di Santo Stefano Quisquina, paese in provincia di Agrigento. La festa si celebra la prima domenica di giugno e dura cinque giorni, dal sabato al mercoledì. L'origine della celebrazione è strettamente legata all'eremo della Quisquina, dove la santa visse per circa dodici anni e dove ancora oggi si legge la scritta "ego Rosalia Sinibaldi Quisquine, et Rosarum Domini, filia amore D.ni mei Jesu Cristi in hoc antro habitari decrevi" (io Rosalia, figlia di Sinibaldo di Quisquina delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo decisi di abitare in questa grotta).

Accanto alla grotta venne costruita una chiesa che fu terminata nel 1630.Il paese, il nucleo del cui centro attuale sorse probabilmente durante il regno di Federico II d'Aragona, ingaggia per tutto il periodo dei festeggiamenti dei tamburini, che sin dalle prime ore del sabato mattina sfilano per tutte le vie del paese. Nel pomeriggio vi è la funzione religiosa del vespro, in onore della patrona. La domenica si svolge la processione del mezzobusto d'argento, contenente le reliquie della santa, che i quisquinesi ottennero nel 1950 dal vescovo di Palermo, cardinale Doria. Il simulacro viene portato a spalla dai devoti che effettuano delle soste, al suono di una campanella, tutte le volte che un fedele fa un'offerta: è la prummisione, secondo un'antica tradizione per la quale i devoti della santa promettono appunto di fare l'offerta durante la processione.

Il lunedì pomeriggio sfilano i carretti addobbati, orgoglio dell'artigianato siciliano e subito dopo segue la cavalcata, costituita da decine di cavalieri in costume che rappresentano i vari ceti sociali.


Essi hanno il compito di rendere omaggio ed accompagnare, quale scorta d'onore, il simulacro della santa. I festeggiamenti si concludono con il ritorno del mezzobusto nella chiesa e con gli immancabili fuochi pirotecnici.



Il foro italico, luogo in cui si svolgono i giochi pirotecnici, è anche il posto dove è possibile trovare ogni sorta di tipicità, quale ad esempio u' babbaluciaro (venditore di lumache cotte)...


o u' spinciunaru (venditore di sfincione, tipica pizza alta condita con cipolla, pomodoro e pangrattato)...


e gli immancabili ... dolciumi ...



La fervente fede che ella ha determinato si tramanda di generazione in generazione e continua ad essere profondamente sentita per cui Santa Rosalia ed il suo festino fanno parte della tradizione popolare di Palermo. E i palermitani per sempre griderenno: "VIVA PALERMO E SANTA ROSALIA!!!"




A SANTA ROSALIA
di Calogero Messina

In nobil casato nata amasti tanto il Gesù d'abbandonare ogni ben.
Tramutasti ricchezza e delizie tua casa in orrore e asprezza.
Dall'orribile roccia della Quisquina scendesti in angusto pertugio.
Poi non contenta fosti sul Pellegrino fiore puro, incontaminato.
Nella stabile dimora desti fida Provvidenza alla terra del Signore.
Ivi trovasti costanza, per tua sicura prova, ma non minor asprezza.
L'angelica tua vita, oh Vergine; fama ti die e vennero a pregarti.
La "rocca naturale" che Plinto così definì fu meta dei fedeli.
A tutti davi conforto, conosciuta amata da tutti palermitani.
Dalla peste del 1624 che flagellò Palermo salvasti molte vite.
D'aliar sei nei cuor della notai tua città che ti continua ad amar.
Una sol cosa vuoi che si rispetti: promessa fatta va mantenuta.
Sia lode a tè Rosa-Lia o Rosa-Giglio; patrocinaci Santuzza.




Il link alla ns. sezione pubblica dedicata:
eri con noi al festino ... ecco il link alla ns. sezione privata dedicata:



(
Il testo contenuto in questa pagina è tratto da una pubblicazione del Comune di Palermo. Gli autori sono: Santi Lo Curcio e Calogero Messina a cui dedichiamo un ringraziamento sentito )
Commenti (1)Add Comment
...
scritto da nuccio la mantia, gennaio 26, 2014
Grazie. Un sentito ringraziamento. smilies/smiley.gif

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